Traversando la nostra (comune) nebbia

Zeustreute Gedanken zwischen Streusalz und Autobahnlichtern über eine mögliche kulturelle Annäherung, die sich erst im Nebel zeigt und in diesem sich auch schon wieder aufzulösen scheint.

L’altro ieri, dopo la presentazione di “Sassi vivi”, insieme al mio editore, ai due librai e ad alcuni habitués della libreria, eravamo una bella compagnia a sedere attorno al tavolo del ristorante.

Ero molto meravigliata che le pietanze da scegliere fossero così simili a quelle che conoscevo nella mia terra, il Sudtirolo, ma anche nel Tirolo austriaco: canederli in tutte le variazioni, funghi, polenta, torta di grano saraceno, strudel. Si chiacchierava del più e del meno e io, stanca dalla presentazione, mi ero ritagliata la parte di chi si limita perlopiù ad ascoltare. Si parlava delle diverse città italiane, di Torino, che bella città!, con i suoi caffè sotto i portici, tanto simili a quelli di Parigi, con gli interni di legno scuro, e gli specchi, diversi da quelli di Trieste, più vicini alla tradizione viennese. Eh già, i Sabaudi, e poi il „Museo dei Mille“, le lettere originali di Silvio Pellico, dove ti vengono i brividi se ti immergi nella storia dell’unità d’Italia. Si proseguiva con Genova, Napoli, si discuteva su dove, a Roma, si mangiasse la Carbonara migliore. Quanti nomi di trattorie avrei voluto annotarmi per la prossima volta, quando sarei andata nella capitale… Alla presentazione invece si era parlato tantissimo della situazione attuale del Sudtirolo, soprattutto degli abitanti di lingua italiana, del disagio che loro sentivano, di ciò che pareva essere cambiato negli ultimi anni.

Ogni incontro racchiude in sé la possibilità di aprire finestre in noi che prima erano rabbuiate da tele pesanti, e di cui forse ignoravamo persino l’esistenza. E così, tornando a casa sull’autostrada meravigliosamente vuota e spettralmente illuminata dalle luci disperse nella nebbia, passando sotto gli avvisi elettronici di guidare con prudenza, i mezzi spargisale al lavoro, nonostante il termometro indicasse 13 gradi, ho liberato i miei pensieri, ho pensato a come i trent’anni passati a Innsbruck avessero lasciato profonde impronte sulla mia identità culturale, sul mio modo di orientarmi verso una delle due culture a cui mi sentivo legata. E mi chiedevo se veramente si poteva appartenere a entrambe, nel senso di conoscerne veramente la storia, di appassionarsi, di prenderne parte attivamente, di visitare i molteplici luoghi possibili che avevano, presi ognuno per sé, una complessità storica, artistica e culturale, eppure facevano anche parte di una totalità chiamata Italia. Come la nebbia, formata da tantissime gocce d’acqua. E mi rattristava di dovermi dare la risposta: no. Finché non vivrò in quel paese io non gli apparterrò, lui non mi apparterrà veramente, cosí come vorrei che fosse.

E così ho pensato ai sudtirolesi di madrelingua italiana: benché essi vivano nella chiarezza della convergenza di territorio e lingua, forse loro, anche se per motivi diversi, essendo abitanti di un territorio di confine, dove le tradizioni e la cultura tirolese e/o austriaca erano e sono fortemente presenti (giustamente presenti, aggiungo per evitare fraintendimenti), sì, forse anche loro si sentono distaccati da quella totalità culturale di cui sono, o comunque pensano di essere, una parte. Una domanda che vorrei rivolgere volentieri ai miei amici.

Comunque: siamo tutti Grenzgänger, frontalieri in questa regione spesso immersa nella nebbia, indipendentemente dalla prima lingua che chiamiamo madre e la seconda che amiamo o no, ed è proprio per questo che dobbiamo cercare di comprenderci a vicenda, il più possibile. Perchè è questo Grenzgängertum, questa esistenza lungo – e forse oltre – i confini che ci potrebbe unire, più di ogni altra appartenenza, spesso solo immaginata o troppo voluta e cercata.

Grazie, Gabriele, per il tuo sostegno.

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